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| Studiamo bene i dati. |
Premessa: il 90% dei reati violenti sono commessi da maschi fra i 18 e i 45 anni, quindi questo non è un tentativo di sviare l'attenzione, fare benaltrismo o minimizzare. Il problema della violenza è un problema chiaramente maschile con il 90% di responsabilità maschile: è evidente anche dal semplice confronto delle popolazioni carcerarie maschile e femminile.
Però sul tema del femminicidio o femicidio secondo me è opportuno fare delle considerazioni e fare delle domande a cui qualcuno - per esempio sociologi, criminologi e giornalisti - dovrebbe rispondere con analisi e dati, e non con tesi ideologiche.
- Secondo alcune stime i "femminicidi", o femicidi, in Italia nel 2012 sono stati 124 (secondo altre sono stati 127). Ovvero circa 100 uomini hanno ucciso 124 donne (in 21 casi l'autore non è stato individuato, in altri un uomo ha ucciso più di una donna), con diversi moventi che però la ricerca non indica. Possiamo presumere il movente sessuale (omicidio in conseguenza di uno stupro che dal male è finito al peggio), la gelosia sessuale e affettiva, la frustrazione per un corteggiamento respinto, ma anche questioni economiche e di eredità. Domanda: nel caso, che c'entrano eventuali questioni ereditarie o economiche con la "violenza di genere"? L'analisi statistica dei moventi è importante per la valutazione dell'emergenza, non basta contare tristemente i cadaveri per un'analisi del fenomeno. Se il femminicidio è l'uccisione di una donna in odio al genere sessuale, la presenza di eventuali moventi di carattere economico cambia il quadro.
- Quanti sono gli omicidi in cui donne uccidono uomini? Per valutare pienamente l'emergenza, occorrerebbe fare questo confronto. Per quel che ne so, i delitti "donna uccide uomo" nel 2012 sono stati circa una cinquantina. Se questi dati, che purtroppo sono costretto a citare a memoria, sono giusti, propagandisticamente si potrebbe dire che "i femminicidi sono il 200% rispetto agli omicidi "donna-uccide-uomo" ma statisticamente, sulla popolazione italiana, la differenza in realtà è minima: su 60 milioni di persone i "femminicidi" colpiscono circa lo 0,02% della popolazione mentre gli omicidi "donna-uccide-uomo" riguardano circa lo 0,01. Statisticamente si tratta di numeri entrambi molto piccoli, che possono cambiare - e di molto - semplicemente contando meglio. In meglio o in peggio, beninteso: che sia favorevole o contrario a questa o quella tesi, il confronto fra "femminicidi" e "omicidi donna-uccide-uomo" va tassativamente fatto, perché è dalla differenza fra le due grandezze che emerge l'eventuale "emergenza". E il confronto non deve essere solo numerico, ma anche di analisi sociale del retroterra di vittime e colpevoli: per esempio un fattore importante è anche il ruolo di militari ed ex militari, oppure la disponibilità di un porto d'armi: anche la presenza di armi in casa è un fattore importante nel facilitare delitti violenti, particolarmente quando il movente è passionale oppure il delitto è conseguente a uno scatto d'ira. In ogni caso, il fenomeno donna uccide uomo non è inesistente e va documentato anch'esso.
- Il "femminicidio" viene descritto come un'"emergenza", addirittura parlando in questo caso non di 124 "femminicidi" ma di 113 "in meno di un anno", di cui 73 donne uccise dal partner (ma non si dice il movente, che non è secondario). Secondo dati Istat i morti per incidenti stradali in un anno in Italia sono circa 3500-4.000 (trenta volte di più). Guardando una tale sproporzione fra le due grandezze, secondo me viene spontanea la domanda: come mai il "femminicidio" è un'emergenza mediatica mentre i morti sulle strade non lo sono? Negli incidenti stradali muoiono solo uomini?
- I morti sul lavoro sono circa 1500 l'anno in Italia, quattro uomini e una donna al giorno contro una donna uccisa ogni tre giorni nel caso del femminicidio. Stessa domanda del punto 3: come mai i 1500 morti sul lavoro (dieci volte i femminicidi) non sono un'emergenza mediatica? Anche qui muoiono solo uomini?
- Poi: i colpevoli chi sono? Ok, sono maschi, ma... Sono ingegneri, giornalisti, sacerdoti, artigiani, medici o insegnanti? Oppure fra i colpevoli di "femminicidio" c'è una percentuale significativa (superiore alla media normale) di mafiosi, 'ndranghetisti, pregiudicati, persone in situazioni di degrado sociale oppure immigrati con difficoltà di adattamento alla cultura europea? Nel primo caso, si tratta di un fenomeno preoccupante: uomini "normali", integrati socialmente, che uccidono la moglie, amante, fidanzata, o la donna incontrata per caso: la tesi del delitto di genere diventa giustificata. Nel secondo caso, si tratta di un problema più generale di criminalità comune, di degrado sociale o, infine, di integrazione sociale e culturale di minoranze di migranti (i dati della ricerca citata all'inizio indicano il 15% di stranieri fra i colpevoli: una percentuale non altissima, ma comunque più elevata rispetto alla popolazione di immigrati residente in Italia).
Fra l'altro, va sottolineato un dato interessante che emerge proprio dalla ricerca citata all'inizio: l'età media degli assassini: 47,3 anni (è un dato elaborato da un'associazione femminile di sostegno).
È un'età media molto elevata per dei crimini violenti, che denota più un problema generazionale che un problema di genere, ipotesi di lavoro che a mio parere è giustificata anche dall'età media molto elevata delle vittime: 46,9 anni. L'età degli assassini è molto superiore all'età media di chi commette normalmente crimini violenti, e anche l'età delle vittime è elevata. Insomma, stando a questi dati, gli uomini che ammazzano le donne in media NON sono giovani: sono anziani e persone di età matura.
Questo tipo di analisi sociologica su vittime e colpevoli andrebbe fatta e, dato il piccolo numero di casi, è grave che non venga fatta.
Aggiornamento: il 12 maggio 2013 è uscito questo post di Fabrizio Tonello, docente di Scienze Politiche a Padova, che sostanzialmente conferma la necessità di indagare meglio i numeri dei femminicidi.





