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domenica 12 giugno 2022

Come i giornali descrivono gli incidenti stradali - ebook gratis, in formato ePub e pdf

I giornalisti spesso descrivono gli incidenti stradali in modo paradossale, e non se ne rendono conto. Per esempio le automobili sembrano animate di vita propria. L'auto impazzita viaggia contromano, urta i veicoli parcheggiati e si schianta nella rotonda.

In questo ebook gratuito in formato ePub una breve storia del rapporto fra giornalismo e automobile, la citazione di tre studi scientifici sul tema di come i giornalisti trattano gli incidenti stradali (con gli originali scaricabili),  l'analisi di numerosi articoli della stampa italiana (con casi assurdi e paradossali, ma frequenti e normali in cronaca locale) e infine le linee guida per i giornalisti inglesi, rilasciate nel 2019, che possono aiutare a correggere il fenomeno e scrivere articoli migliori.

Se hai osservazioni sul libro fammele conoscere nei commenti. Se ti piace, fai una recensione positiva su Amazon (dal 16 al 20 giugno 2022 sarà scaricabile gratis)

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martedì 27 gennaio 2015

Il terrorismo in Europa: bolla mediatico-politica?




Qui l'Economist tira le somme di 13 anni di attacchi terroristici in Europa. Nell'immagine i dati.

Praticamente in 13 anni, nel periodo dall'11 Settembre 2001 al gennaio 2015, in Europa ci sono stati 442 morti per attentati terroristici.

Una media di 34 l'anno.

In Europa ci sono anche circa 120.000 morti per incidenti stradali. Ogni anno, non in 13 anni. In tredici anni sarebbero 1.560.000, le dimensioni di una città come Milano. [i numeri si riferiscono ad un'area geografica più ampia di Regno Unito, Spagna, Francia, Olanda, Norvegia, Grecia, Belgio, Italia e Svezia per cui non sono direttamente confrontabili, però è evidente come l'ordine di grandezza sia enormemente diverso]

In Italia nel 2013 i morti per incidenti stradali sono stati circa 3.385, con 257.000 feriti (dati Istat). In un anno solo, in Italia ci sono sette volte i morti per terrorismo di 13 anni in Europa. In un anno solo, in uno solo dei nove paesi presi in esame nel grafico dell'Economist sui morti per terrorismo.

Probabilmente non è un caso se nel grafico non vengono indicati i totali, ma solo dei quadratini per ciascuna vittima. Perché i numeri totali sarebbero palesementi piccoli (442 in 13 anni) rispetto ai numeri dei morti per incidenti stradali (120.000 in un anno), o dei morti per incidenti sul lavoro (circa 1.200 l'anno in Italia), o degli incidenti domestici.

Oppure, per andare negli USA, confrontare con le sparatorie nelle scuole dal 2012 all'inizio del 2015. Il numero di sparatorie nelle scuole americane è spaventoso (oltre 100 casi ad oggi). Se fossero altrettanti attentati terroristici sarebbero considerate un'emergenza internazionale.


È facile fare i terroristi?

Nel 2001, dopo l'attentato delle Torri Gemelle a New York, sembrava che da lì in poi ogni settimana sarebbe caduto un aereo in un attentato kamikaze. Sembrava che bastasse un taglierino per buttare giù un aereo. In realtà si è scoperto che organizzare nuovamente un attentato del genere dell'11 settembre è un po' più complicato di salire a bordo con un coltello. Per ogni aereo occorrono almeno tre attentatori, tutti disponibili a suicidarsi, di cui almeno uno in grado di pilotare un aereo di linea, almeno con perizia sufficiente per portarlo sull'obiettivo e farsi schiantare su di esso. Nel frattempo, i compari devono essere in grado di tenere a bada equipaggio e decine di passeggeri, alcuni dei quali in preda al panico. Evidentemente non è così semplice visto che negli anni seguenti non si è mai più verificato nessun altro attentato del genere -- e non solo per merito delle misure di sicurezza negli aereoporti.

Oggi, dopo la strage di Charlie Hebdo, sembra altrettanto facile organizzare un attentato. L'Europa sembra pullulare di attentatori pronti ad agire. La strage di Charlie Hebdo è molto più facile da organizzare rispetto all'attentato dell'11 settembre. In sintesi occorrono le stesse competenze necessarie per organizzare una rapina in un ufficio postale.


Morti che vanno in prima pagina e morti che non interessano nessuno (eccetto amici e familiari)

Per certi versi si tratta anche di attentati più difficili da prevenire, esattamente come è impossibile prevenire tutte le rapine in banca o agli uffici postali.  Però guardando i numeri, è evidente che il pericolo terrorismo viene esagerato e amplificato mediaticamente anche per motivi politici e psicologici. Il terrorista fa paura, perché compie un atto volontario di violenza. L'incidente stradale non spaventa (e in genere non fa notizia al di fuori della cronaca locale) perché sembra una fatalità: la giustificazione di molti automobilisti che investono un pedone spesso è "non l'avevo visto", implicando il fatto che, non avendo "fatto apposta" la morte del pedone sia meno grave. Cosa che si riflette anche nel diverso allarme sociale e nel trattamento penale: chi uccide un pedone sulle strisce spesso se la cava con la sola sospensione della patente per qualche mese. In sintesi:

  • Se ti uccidono sulle strisce bianche, è stato un incidente.
  • Se ti spara un terrorista, è un'emergenza nazionale.
Ma tu sei morto lo stesso, ed è molto più probabile morire sulle strisce bianche o alla guida della propria auto, che per terrorismo. Basta guardare i numeri.

[Postilla: in breve tempo, venti giorni dopo l'attentato di Charlie Hebdo, è avventuto un incidente mortale analogo per dimensioni ma non per eco mediatica: In Spagna un caccia da combattimento è caduto in fase di decollo uccidendo 12 persone e ferendone una ventina. Nessun allarme sociale nella popolazione, nessuna richiesta di leggi speciali. Se fosse stato un atto terroristico, si sarebbe fermata l'intera Europa]



sabato 26 giugno 2010

Occhio allo spot... ma l'agenda la detta l'informazione

Qui si fa una giusta critica di comunicazioni pubblicitarie sessiste, ricche di immagini ammiccanti, soft-porno e non lusinghiere nei confronti della figura sociale della donna. Occorre però fare un paio di osservazioni:

1. NON è vero che la pubblicità sia all'avanguardia dell'osceno: in fatto di soft-pornografia la pubblicità è al rimorchio di stampa e tv generalista: infatti sin dagli anni 80 le copertine di Panorama erano ben più esplicite di questa campagna stampa. Per non parlare di quel che si vede in TV nelle reti "per famiglie". Sono TV e informazione che dettano l'agenda, cercando spesso il minimo comun denominatore per raggiungere il pubblico più ampio, ovvero sesso, pettegolezzi e violenza.

2. Occorrerebbe inserire nel curriculum scolastico anche la "comprensione e decodifica dei Media", a partire dalle scuole elementari.
L'informazione è spesso più ingannevole della pubblicità tradizionale che, almeno, ha il pregio di essere esplicita e di avere un committente chiaramente identificato. Di fronte alla pubblicità solo i più ingenui non si rendono conto che è un messaggio di parte e quindi va sempre esaminato criticamente. Di fronte ai Telegiornali moltissimi spettatori sono totalmente indifesi.

domenica 21 marzo 2010

Libertà di stampa. Una notizia cattiva e una quasi buona

Secondo questa ricerca dell'Australian Centre for Independent Journalism, ripresa in italiano dal blog Libertà di stampa diritto all'informazione, più della metà degli articoli dei giornali esaminati erano ispirati da comunicati stampa e attività di pubbliche relazioni aziendali.

Si tratta di due notizie, una cattiva e una quasi buona:

  • Quella cattiva: gran parte di quel che leggiamo (o peggio ancora sentiamo alla radio o vediamo in tv) è influenzata direttamente o indirettamente dalla propaganda aziendale e politica.

  • Quella quasi buona: senza il finanziamento diretto e indiretto della pubblicità aziendale, forse la libertà di stampa non esisterebbe o sarebbe molto meno sviluppata.

È difficile immaginare un mondo in cui stampa, radio e tv sono interamente pagati dai lettori e dagli abbonati. Salvo rare eccezioni, le pubblicazioni prive di pubblicità sono molto costose e, in genere, hanno una circolazione molto limitata perché solo poche persone sono così interessate a quel tipo di informazione per pagarne il prezzo elevato. Di solito si tratta di pubblicazioni medico-scientifiche (che peraltro spesso sono fortemente influenzate dalle industrie farmaceutiche, in modo ancora più indiretto rispetto al finanziamento pubblicitario: col finanziamento delle ricerche), pubblicazioni settoriali o professionali, pubblicazioni finanziarie.

Un'eccezione, almeno in Italia, è il mensile Altroconsumo, corazzata editoriale dell'associazione omonima. Con circa 300.000 soci-abbonati è un mensile totalmente privo di pubblicità. Per 11 numeri costa 78 € (circa 7 euro a numero), mentre in edicola costa una decina di euro. La stampa è a colori ma molto spartana, con una foliazione intorno alle 90 pagine. Per fare un esempio a contrasto, Wired Italia, una pubblicazione Condé Nast, con una foliazione doppia e una stampa di qualità superiore, fortemente basata per il suo bilancio anche sulla pubblicità, costa meno della metà in edicola, e viene fortemente promossa in abbonamento (intorno ai 20 € annui, meno di un terzo del costo di Altroconsumo). [Nota: sono abbonato con soddisfazione a entrambe le pubblicazioni, ad Altroconsumo da oltre quindici anni, quindi non sto formulando una critica o un giudizio di valore sulle due diverse strategie editoriali]

Altroconsumo riesce nel suo proposito di uscire in edicola e in abbonamento senza pubblicità con queste tirature (300.000 copie rappresentano una pubblicazione di massa, in Italia: è l'ordine di grandezza di newsmagazine come L'Espresso e Panorama) per tre motivi: interesse generale (tutti sono consumatori, quindi potenzialmente interessati all'informazione obiettiva sui prodotti e ai numerosi test comparativi realizzati internazionalmente dal gruppo di associazioni di cui Altroconsumo fa parte); costi al lettore relativamente elevati (un prezzo più che doppio rispetto a pubblicazioni "più ricche" in termini di pagine, stampa e quantità di testo redazionale); una grande aggressività di marketing (chi diventa socio di Altroconsumo viene, anche giustamente, bombardato di offerte di abbonamento e acquisto di altre riviste, pubblicazioni e servizi dell'associazione). Con tutto questo i suoi prezzi di copertina e di abbonamento sono oltre il doppio di altri prodotti editoriali con analoga diffusione.

Infatti, le testate che si reggono esclusivamente sulle loro vendite, senza ospitare nessuna pubblicità sono eccezioni e non la regola. Il motivo: gran parte del costo del periodico o del quotidiano che compriamo in edicola o che riceviamo in abbonamento, viene pagato dalla pubblicità, direttamente o indirettamente.

Cosa significa questo? Secondo me:

  1. La pubblicità finanzia la libertà di stampa perché solo una piccola quota di lettori sarebbe disponibile a pagare l'intero prezzo della pubblicazione che trova in edicola (in genere superiore al doppio del prezzo di copertina);
  2. Comunque gran parte delle cose che leggiamo sui giornali o vediamo in tv, è o può essere condizionato o influenzato dalla pubblicità e dalla propaganda. Quindi bisogna imparare a fare attenzione e decodificare la comunicazione. NON credere a tutto quello che si vede in tv o si legge sui giornali dovrebbe essere insegnato a scuola, a partire dalle scuole elementari se non dall'asilo infantile.
  3. La libertà di stampa nel complesso è tutelata soprattutto dalla pluralità delle voci, che devono essere incoraggiate il più possibile. E un mercato pubblicitario sano e trasparente ha un ruolo importante nel favorire la pluralità delle voti (il problema italiano è che il mercato della pubblicità è particolarmente malato e opaco, con gravissime commistioni con la politica e la finanza).

sabato 16 gennaio 2010

Sono la carta e la tv che, senza Internet, non esistono

Qualche giorno fa è uscita questa notizia, a consolazione di editori e giornalisti di stampa e tv:

WEB: ‘Troppo ripetitivo’ secondo ricerca USA. Il 95% dell’informazione è fatta da media tradizionali.

I dati della ricerca sono realistici*: la gran parte delle notizie escono su stampa e tv e solo successivamente vengono riprese, amplificate, rettificate, approfondite su Internet, blog, social network e forum.

Bisogna però fare una considerazione nota agli storici: la portata delle innovazioni tecnologiche viene sopravvalutata a breve termine, e poi sottovalutata a medio e lungo termine.

Dopo le attese miracolistiche di fine anni Novanta, con Internet stiamo entrando in questa seconda fase.

Infatti, senza Internet, oggi, i giornali tradizionali e la tv generalista non potrebbero neanche funzionare, altro che vantare primati nella produzione delle notizie!

Come vengono spediti e trasmessi gli articoli fra testate, collaboratori e redazioni? Con l'e-mail, la posta elettronica, uno strumento così integrato nei flussi di lavoro odierni che basta uno stop di mezzora per intralciare qualsiasi azienda. Cosa usano i giornalisti per cercare dati e informazioni, dalle biografie di personaggi famosi e meno famosi fino agli umili numeri di telefono? I motori di ricerca. Dove cercano? Principalmente su Internet. Oppure su banche dati a pagamento, a cui però accedono sempre via Internet. Lo stesso discorso vale per la tv, la quale, oggi, se mancasse l'infrastruttura offerta da Internet, sarebbe commercialmente paralizzata. Come vengono distribuiti i filmati pubblicitari alle diverse emittenti? Via FTP, file transfer protocol, un protocollo di trasmissione dati eminentemente internettiano, utilizzando server ovviamente posti su Internet.

Senza Internet i media tradizionali dovrebbero tornare al fax, agli articoli dettati al telefono, alle telefoto, alle telescriventi, alle videocassette spedite con i corrieri espresso.

Oppure, restare paralizzati.


*Almeno per quel che riguarda il resto del mondo. In Italia molte notizie escono prima su Internet...

Nella foto: il giornalista sportivo Giampiero Galeazzi in un momento di riposo offline.

lunedì 8 giugno 2009

Ride bene chi ride ultimo. Il problema è che nessuno ride mai veramente per ultimo...

Le analisi elettorali prima che siano arrivati i risultati definitivi secondo me sono una colossale perdita di tempo nazionale (internazionale nel caso delle elezioni europee). Ad esempio, penso che i quotidiani catacei, invece di uscire sei otto ore dopo la chiusura del voto con analisi superate, farebbero bene a prendersi un giorno di vacanza e uscire con i commenti elettorali il martedì o il mercoledì.
Le superdirette televisive si fanno per due motivi: perché giornalismo e politica sono strettamente intrecciati; e perché ai giornalisti, ogni tanto, piace avere la sensazione di stare in prima linea.