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martedì 23 aprile 2013

Lezioni di Giornalismo (35) - Se parli di Twitter e Internet, meglio essere incompetenti

Stamattina c'è stata la solita clamorosa notizia degli "hacker" che hanno "manipolato il sito" di un'agenzia di stampa statunitense.

A Radio 3 Mondo la giornalista in onda, leggendo le notizie dai siti stranieri ha spiegato "gli hacker hanno manipolato il sito dell'Associated Press e hanno mandato due tweet" con la falsa notizia di un'esplosione alla Casa Bianca.

È evidente che, anche dal grossolanissimo resoconto della giornalista, le cose sono andate in modo molto più banale, e tecnicamente comprensibile anche per un inetto tecnologico, a meno che non sia totalmente ignorante delle cose della rete:

Qualcuno ha scoperto, si è impadronito o è venuto a sapere in qualche modo la password dell'account Twitter dell'Associated Press e ha mandato due tweet. 

Un incidente che, in diversi modi, potrebbe capitare a chiunque.

Anzi capita continuamente, visto il modo con cui la gente elabora le password dei servizi online che utilizza, spesso condividendole fra più persone. Molto più banale che "manipolare il sito".

Questa la spiegazione più probabile. È anche possibile che sia stato craccato l'account Twitter con altri mezzi rispetto alla sottrazione della password, ma in questo caso ad essere "hackerato" sarebbe stato Twitter.com e non "il sito dell'Associated Press", con possibili conseguenze molto diverse e molto più ampie di un semplice paio di falsi tweet. Ovvero, in quel caso, tutti gli account Twitter sarebbero potenzialmente in pericolo, almeno per qualche tempo.

La notizia caso mai porta all'attenzione un problema sulla sicurezza generale di Twitter: nato come account per utilizzo personale, attualmente la sua sicurezza è difficilmente gestibile per account di tipo aziendale che devono essere utilizzati - con diversi livelli di accesso  magari 24 ore su 24 - da più persone che vi accedono sia utilizzando la password, sia utilizzando altre applicazioni come Hootsuite, Tweetdeck, Facebook e altre.


lunedì 8 aprile 2013

Lezioni di giornalismo (34) - Quando si parla di soldi, nei titoli confondi lordi e netti

2500 euro netti contro 6000 euro lordi...
La Repubblica dell'8 aprile 2013 esce con un articolo che nel titolo attacca frontalmente il Movimento 5 Stelle per aver tradito la promessa di autoridurre lo stipendio dei propri parlamentari a 2500 euro netti al mese. Ed equivoca su netto e lordo.

Beppe Grillo chiarisce subito sul blog qui. Si parla di 2500 euro netti, ovvero 5000 lordi.

Naturalmente si può obiettare che il blog di Beppe Grillo è di parte e non è autorevole. È vero. Ma anche Repubblica lo è. Morale: quando lo dice La Repubblica, controllare sempre anche un'altra fonte o due, consiglio che vale anche per le notizie trovate in rete.

D'altra parte il vizio dei titoli malandrini o grossolanamente sensazionalistici ce l'hanno un po' tutti: Corriere della Sera, il Giornale, Libero, L'Espresso, i giornali locali...




sabato 29 dicembre 2012

Lezioni di giornalismo (33) - Il titolo deve tradire l'articolo

Qui Umberto Eco ci mette un intero articolo per spiegare che quelle di Bersani "non sono metafore, sono esempi paradossali". E il titolista titola: "Il senso di Bersani per la metafora".


Qui altre Lezioni di Giornalismo.

lunedì 13 agosto 2012

Lezioni di Giornalismo (32) - Il pluralismo dell'informazione

È tutto esaurito o ci sono posti liberi?

Esempio concreto di pluralismo dell'informazione. E la prova evidente che, anche sull'autorevole carta stampata, non solo su Internet, è meglio non credere sempre a tutto quello che si legge. Verificare con almeno due o tre testate la stessa notizia è sempre utile.

Qui altre Lezioni di Giornalismo.

domenica 5 agosto 2012

Lezioni di Giornalismo (31) - Nei titoli non si esagera mai abbastanza

Un assioma mai verificato ma sempre popolare nella stampa locale: nei titoli delle locandine meglio esagerare. Qui un esempio particolarmente raffinato.
Due, tre, quattro alani aggrediscono, dilaniano, sbranano.
Qui altre Lezioni di Giornalismo.

martedì 27 marzo 2012

Lezioni di giornalismo (30) - Devi verificare una notizia? Usa il dizionario o cerca su Internet

In questo post avevo segnalato che l'uso del termine "marò" non è appropriato nel caso dei due Fucilieri di Marina arrestati in India perché, sulla scorta della mia esperienza di servizio militare in Marina, mi risulta che il termine marò sia una forma colloquiale per definire i marinai semplici senza specializzazioni (e, nel Battaglione San Marco, le reclute).

Due colleghi, autorevolmente, mi hanno replicato uno che il dizionario Hoepli prevede la definizione "Marò = marinaio del Battaglione San Marco" (definizione che in base alla mia esperienza è parzialmente giusta ma incompleta) e l'altro che il termine compare (una volta) nel sito del Battaglione San Marco.

A parte che entrambe le osservazioni non smentiscono quella che è la mia esperienza diretta di ex marinaio, dalle risposte risulta questo: "se devi verificare una notizia, il vero giornalista non telefona al Battaglione San Marco per sentire come stanno le cose, bensì consulta il dizionario o fa una ricerca online".

Insomma, è possibile che il termine "marò" in ambito militare oggi sia usato in modo più esteso rispetto a quando ho fatto il militare io. Però resta il fatto che continuare a chiamare "marò" i due militari italiani arrestati in India è come chiamare "praticanti" due giornalisti professionisti: anche quest'ultima definizione, in senso stretto, può essere considerata esatta, visto che molti giornalisti professionisti sono stati praticanti, nelle redazioni ci sono praticanti che fanno lavoro di giornalista, e il giornalista è un mestiere in cui c'è sempre da imparare. :-)

mercoledì 7 marzo 2012

Lezioni di Giornalismo (29) - Usa i termini pittoreschi come marò fino allo sfinimento

Un vero giornalista italiano, quando incappa in un termine pittoresco o bizzarramente suggestivo, lo usa fino allo sfinimento senza verificare il significato.

È il caso di "marò", termine colloquiale usato insistentemente a sproposito da telegiornali, radio nazionali e testate varie, dall'autorevole Corriere della Sera in giù.

Il marò, nella Marina Militare italiana, è il marinaio semplice senza specializzazioni e, nel caso del Battaglione San Marco e di altri corpi speciali della Marina, la recluta. Secondo voi nelle missioni all'estero mandano le reclute e nelle missioni antipirateria mandano i marinai senza specializzazioni?

Quindi chiamare  insistentemente "marò" i due Fucilieri di Marina arrestati in India (ovvero due sottufficiali con almeno due anni di addestramento e probabilmente almeno un anno di servizio attivo)  è appropriato come chiamare due giornalisti professionisti "praticanti" per darsi un tono di conoscere l'ambiente.

Ovvero, è una autentica stupidaggine.

mercoledì 5 ottobre 2011

Lezioni di Giornalismo (28) - Non è necessario essere disinformati per scrivere sul Tempo. Però aiuta

L'importante giornalista Alberto Di Majo, di fronte alla prospettiva di chiusura di Wikipedia in conseguenza del disegno di legge cosiddetto "Anti intercettazioni", afferma dalle pagine del prestigioso quotidiano cartaceo Il Tempo che la Treccani "è meglio di Wikipedia", usando argomentazioni che sono state smentite, tanto per dire, dalla BBC ben sei anni prima della scrittura del suo articolo.

Mica male come esempio di totale ignoranza di quel di cui scrive.

Molti commenti online al suo articolo (scritti da lettori che conoscono Internet meglio dell'autorevole giornalista) sono spassosissimi.

[Le altre Lezioni di Giornalismo qui]

martedì 26 luglio 2011

Lezioni di giornalismo (27) Hacker = Wikileaks

Ennesimo esempio di "semplificazione" giornalistica (che in questo caso coincide con cialtroneria): tutte le volte che si parla di crimini informatici e di spionaggio, tirare in ballo Wikileaks, come il Fatto Quotidiano in questo caso di spionaggio informatico.

In realtà Wikileaks ha sempre pubblicato documenti ricevuti da fonti esterne, le quali (in genere) avevano legittimo accesso ai documenti stessi e, semplicemente, non potevano diffonderli esternamente. In altre parole Wikileaks s'è sempre comportato più o meno come Carl Bernstein e Bob Woodward del Washington Post nei confronti dello scandalo Watergate: una fonte anonima forniva i documenti, e loro pubblicavano. Ma i giornalisti si sono ben guardati (giustamente) dal pagare qualcuno per scassinare cassaforti o craccare sistemi informatici.

Qui le altre Lezioni di Giornalismo.

domenica 2 gennaio 2011

Lezioni di giornalismo (26) - Quando si parla di tecnologia, approssimazione e superficialità sono obbligatorie perché sembrano divulgazione

Quando sulle testate generaliste si parla di tecnologia (talvolta anche in quelle specializzate) superficialità e approssimazione sono obbligatorie perché vengono scambiate per divulgazione.

L'importante è fare un titolo ad effetto.

Per esempio in questo articolo del Fatto Quotidiano si mette tutto in un unico calderone: brevetti, privacy, tecnologie, sistemi operativi e concorrenti pur di fare un titolo con qualche grosso nome:

Accuse ad Apple, Google, Yahoo, Facebook: usano tecnologie brevettate da altri. Leggendo l'articolo si scopre che non è propriamente una non notizia, ma quasi (per capirci, un esempio delle non notizie che leggiamo spesso sulle nostre testate: "Tegola poteva cadere. Se fosse passato qualcuno poteva morire. Fortunatamente di lì non passa nessuno e la tegola era fissata bene anche se sembrava malferma").


L'articolo è composto di fuffa standard. Inizia con un rullo di tamburi: fine anno amaro per Apple e per i giganti di Internet... fine anno amaro de che? A parte Yahoo che sta ristrutturando per crisi, gli altri continuano a crescere, vendere, capitalizzare.

Il motivo dell'amarezza dipenderebbe da una causa legale che è già stata respinta una volta...

Prima di tutto, in aziende di quelle dimensioni, cause legali su brevetti e contenziosi commerciali ce ne sono sempre. Se una o due cause legali bastassero per un fine anno amaro, tutte le aziende medie e grandi del mondo sarebbero chiuse per depressione dei dirigenti.

La causa inoltre è basata su brevetti abbastanza discutibili e questo non viene spiegato minimamente (negli Usa è possibile brevettare anche i processi commerciali: il "sistema che fa apparire altre pagine Web all'utente mentre naviga" NON è un dispositivo tecnico esclusivo ma è un'idea commerciale che tecnicamente su Internet può essere implementata in innumerevoli modi, ed è proprio questa vaghezza che pone i problemi a identificare l'eventuale violazione del brevetto, ed è probabilmente la vaghezza per cui la causa è già stata respinta).

A questo si aggiunge una ulteriore quasi-non notizia: la class action che potrebbe partire a carico di Apple. Si tratta di un'ipotetica causa collettiva (class action) relativa al fatto che alcune applicazioni per smartphone raccolgono informazioni sull'uso del telefonino. Come giustamente viene osservato nei commenti all'articolo, è il software di terze parti e NON il telefonino che raccoglierebbe dati in modo illegale; inoltre il problema riguarda anche altre marche di smartphone e non solo l'iPhone della Apple.

L'articolo poi si conclude con una previsione bifronte: l'anno inizia con cattivi auspici ma è ancora presto per dire se questi saranno i casi dell'anno. Eggià: così se è una bufala, l'avevamo detto, ma se l'affare si ingrossa, l'avevamo previsto lo stesso. La lezione della Sibilla Cumana.

Insomma, approssimazione e superficialità per un articolo che rappresenta solo uno spreco di spazio.

giovedì 30 dicembre 2010

Lezioni di giornalismo (25) - I guru non si correggono mai

Umberto Eco è una specie di Papa laico per cui è pericolosissimo criticarlo. Però quando parla di nuove tecnologie, lui che è stato un pioniere della televisione italiana (ha lavorato in Rai negli anni cinquanta), o dice banalità oppure prende vere e proprie cantonate.

Le banalità possono essere utili a fini divulgativi per raccontare, ad esempio, Internet ai suoi coetanei e a chi è ancora dalla parte sbagliata del digital divide (o la parte giusta, se si pensa a quanti uomini di potere in Italia disdegnano l'uso del computer e nutrono diffidenza per Internet).

Le cantonate invece dovrebbero essere individuate e corrette, prima della pubblicazione, da qualche solerte redattore che avrebbe il dovere di segnalarle e discuterne con il Grande Autore.

Per esempio sull'Espresso del 6 gennaio ora in edicola, Umberto Eco parla con apparente profondità del fenomeno Wikileaks.

Apparente perché enumera alcune osservazioni banali per chi segue la rete da anni, ma magari utili ai fini divulgativi ecc. ecc. Per esempio si autocita scrivendo "avevo tempo fa scritto che la tecnologia procede ormai a passo di gambero, cioè a ritroso. Un secolo dopo che le comunicazioni erano state rivoluzionate dal telegrafo senza fili, Internet ha stabilito un telegrafo su fili (telefonici)".

I redattori dell'Espresso e molti illustri coetanei di Umberto Eco - per esempio, con qualche anno di più o di meno Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi - probabilmente restano a bocca aperta di fronte a una simile osservazione.

Evidentemente non sanno che Nicholas Negroponte aveva detto qualcosa di analogo una quindicina di anni fa (ma in forma di previsione, non in forma di osservazione del senno di poi). Infatti si parlava di "Negroponte's switch", il processo per cui le comunicazioni telefoniche sarebbero passate al wireless, mentre le comunicazioni radio e tv sarebbero passate al cavo. Probabilmente un redattore più attento o più coraggioso avrebbe suggerito a Umberto Eco di modificare il passaggio o di sopprimerlo del tutto, insieme a quel che segue.

Arriva infatti adesso il vero e proprio svarione: Le videocassette (analogiche) avevano permesso agli studiosi di cinema di esplorare un film passo per passo, percorrendololo avanti e indietro e scoprendone tutti i segreti del montaggio, mentre ora i cd (digitali) permettono solo di saltare per capitoli, e cioè solo per macroporzioni.

A parte il fatto che uno "studioso di cinema" sufficientemente motivato e amico di qualche casa di produzione aveva a disposizione la moviola anche prima dell'invenzione della videocassetta, ecco gli errori che un bravo redattore avrebbe dovuto segnalare e correggere:

  1. I cd (compact disc) sono digitali sin dai tempi della loro introduzione, nel 1979. Hanno inoltre sostituito i dischi in vinile e le cassette audio per la musica e non le videocassette. Vero che possono essere usati come supporti anche per filmati digitali, ma la digitalità del cd non è una novità recente. 
  2. I supporti che hanno sostituito le videocassette sono i dvd (digital versatile disc) e non i cd. 
  3. Contrariamente a quanto detto, i filmati digitali (siano essi registrati su dvd, su cd, hard disk, chiave usb o su altro supporto ottico o magnetico) possono agevolmente essere esaminati "passo per passo, percorrendoli avanti e indietro per scoprirne tutti i segreti del montaggio", in modo anche più agevole delle videocassette. Se alcuni dispositivi di lettura eventualmente non possono farlo, è per limiti particolari di quei particolari dispositivi.


Insomma, l'iconoclasta tesi che la tecnologia vada a passo di gambero (intellettuale variante del tradizionale luogo comune degli anziani: "il mondo va all'incontrario, invece di andare avanti andiamo indietro") si affloscia su due esempi non proprio centrati: la presunta controrivoluzione del telegrafo-senza-fili-nuovamente-con-i-fili e i "cd video" che sarebbero "esplorabili" per macroporzioni mentre le videocassette erano meglio.

martedì 14 dicembre 2010

Lezioni di giornalismo (24) - Millantare esclusive e anticipazioni senza linkare

Il prestigioso quotidiano online La Repubblica, forse per spirito di emulazione di Wikileaks, è in grado di anticipare un documento di Legambiente tranquillamente disponibile in rete. Lo segnala Vibrisse, indicando l'articolo di Repubblica e la pagina di Legambiente. Naturalmente i giornalisti della redazione online di Repubblica non si sognano di mettere un link al sito di Legambiente, secondo una logica editoriale che viene considerata vecchia e superata più o meno dal 1994 ("se metto i link, la gente se ne va dal mio sito, e io non voglio").

mercoledì 27 ottobre 2010

Lezioni di giornalismo (23) - Se sei molto potente fai la vittima

Se sei il direttore del giornale di proprietà della famiglia di un Presidente del Consiglio, lamentati di essere abbandonato a te stesso, senza appoggi e senza potere:

"Ho visto Annozero giovedì scorso e c'era un giornalista che si chiama Paragone che tutti conoscete. È stato trattato come un idiota... ed è venuto fuori proprio così, poveraccio. Perché c'era una congiura ambientale nei suoi confronti, e c'è una congiura ambientale che colpisce tutti noi, che siamo anche stupidi. Non avendo nessun appoggio... per esempio, un partito, ne cito uno a caso, il Pdl... Essendo completamente abbandonati a noi stessi, anche dal Pdl, non siamo in grado di organizzarci. Ma come mai noi non ce la facciamo a conquistare quei margini di libertà, che è anche soperchieria nei confronti degli altri? Perché siamo soli, abbandonati a noi stessi. L'impressione è che a voi, a voi dei giornalisti di destra non ve ne freghi niente, perché preferite Ezio Mauro. E allora teneteveli, teneteveli tutti. O ci aiutate e noi aiuteremo voi a essere più liberi altrimenti siamo fottuti."

Testuali parole di Vittorio Feltri a un dibattito sulla Libertà di stampa, presenti il Ministro Bondi, il Sottosegretario Santanché, il ministro La Russa, il ministro Brunetta, il direttore del TG1 Augusto Minzolini e il direttore di Libero Maurizio Belpietro. Qui sotto il filmato.

martedì 28 settembre 2010

Lezioni di giornalismo (20) - Gli errori esistono. Le rettifiche servono per questo

Quando hai occasione di rettificare una notizia sbagliata, rettificala invece di chiedere in modo petulante le scuse.

In questo filmato un giornalista del Fatto Quotidiano chiede una dichiarazione al direttore del TG1 Augusto Minzolini. Questo rifiuta di parlare con il giornalista perché il Fatto Quotidiano sarebbe "colpevole" di avere pubblicato una notizia sbagliata sul suo conto.
L'atteggiamento di Augusto Minzolini è poco comprensibile. È stato offeso dalla testata rappresentata dal giornalista e, considerandola un unicum solidale, esige le scuse dal giornalista, il quale giustamente gli fa osservare che, se il Fatto ha pubblicato una notizia sbagliata, questa è l'occasione giusta per rettificare.

Qui Augusto Minzolini esibisce una concezione antiquata e gerarchica dell'informazione: nella conversazione digitale, estremamente fluida, gli errori si rettificano. Nell'informazione cartacea tradizionale, più rigida, si procede per querele e si esigono le smentite.
Il risultato è che l'atteggiamento di Augusto Minzolini, che forse cinquant'anni fa avrebbe potuto essere giustificato, oggi risulta arrogante e padronale: tu che non sei mio pari e rappresenti una testata "nuova" e "nemica" devi scusarti con me per un errore del tuo "padrone" altrimenti non ti parlo. Inoltre tale atteggiamento una volta sarebbe rimasto confinato nei ricordi degli astanti, oggi invece viene facilmente documentato online.

Il TG1 d'altra parte è estremamente in ritardo nella sua presenza online e infatti ad oggi il suo profilo su Twitter ha solo 112 follower, una cifra ridicola per l'importanza della testata, laddove le testate straniere hanno scoperto l'importanza di Twitter per l'informazione in tempo reale da anni, a cominciare dalla CNN, che nel profilo CNN breaking news ad oggi di follower ne ha 3,4 milioni, su 100 milioni di utenti Twitter.

sabato 28 agosto 2010

Lezioni di giornalismo (19) - Esagerare e mai documentarsi: non serve

Il Giornale riprende una notizia apparsa sul Times, relativa al fatto che il Pilates, secondo recenti ricerche, non sarebbe una panacea contro tutti i mali. (Premetto che, oltre a scrivere, faccio anche l'insegnante di Yoga, che ho insegnato sia in palestra sia in scuola di danza, e che non ho alcun interesse per il Pilates, il quale può essere persino considerato una sorta di concorrente dello Yoga. Qui c'è il mio blog sullo Yoga.)

Ciononostante, l'articolo è totalmente superficiale e disinformato, laddove bastava qualche ricerca su Internet per saperne di più:
  1. La foto rappresenta una posizione yoga per allievi molto progrediti che NON c'entra niente con il Pilates. Sarebbe come se, parlando di presunti difetti di un modello d'auto, l'articolo venisse illustrato con la foto di una motocicletta.
  2. Joseph Pilates nel 1920 NON era un celebre trainer, almeno non secondo il significato moderno, visto che in quegli anni lavorava in Germania e faceva da istruttore per la polizia, trasferendosi negli Usa nel 1925 per problemi politici. Sviluppò il suo sistema per mantenersi in forma durante un periodo di prigionia (era ufficiale nella I Guerra Mondiale) e per compensare suoi problemi fisici personali. Lo fece divenire un'attività professionale e commerciale negli Stati Uniti, dopo il 1925, appunto.
  3. Il sistema originale di Joseph Pilates prevede sia una serie di esercizi a corpo libero o con piccoli attrezzi, sia una serie di esercizi da eseguire con speciali macchinari. Gli esercizi del secondo tipo sono più spiccatamente terapeutici e nel sistema Pilates richiedono l'assistenza di un istruttore esperto, in genere in lezioni individuali. Gli esercizi a corpo libero vengono invece insegnati in lezioni di gruppo. Oggi esistono diversi stili di Pilates, messi a punto o commercializzati da allievi di Joseph Pilates (Stott Pilates, Winsor Pilates, e così via). Mettere tutto nello stesso calderone per dire "non serve a nulla" è come dire che le medicine non servono a nulla perché è stato documentato che l'aspirina non cura il cancro.
  4. Il fatto che il Pilates a corpo libero non sia molto meglio di una camminata veloce depone a favore della camminata ma NON è una particolare critica del Pilates. Analoghe osservazioni si possono fare su molti sport, senza poi contare le possibilità di critica di sport asimmetrici e quindi dannosi se praticati senza correttivi, come il tennis, il tiro con l'arco, il bowling, ecc. Inoltre, se uno sport "non servisse a nulla" solo perché non è molto meglio di una camminata veloce (un'attività sportiva di tutto rispetto e non banale, tra l'altro), allora che dire degli sport ad alto rischio di infortunio?
  5. Come al solito nei siti dei quotidiani dell'era cartacea, l'articolo a cui si fa riferimento non viene linkato, inoltre cercando "Pilates" nel sito del Times Online non si trova nulla che sembri essere l'articolo in questione. Non è possibile approfondire ulteriormente perché alcuni articoli del Times (ad esempio quello intitolato "Health: Pilates" di Matt Gilbert) sono leggibili a pagamento e i geni del marketing online del Times non hanno pensato di rendere disponibile neppure un riassunto (cerco un articolo specifico e devo pagare per leggere senza nemmeno sapere se è l'articolo giusto?).
  6. Scorrendo i commenti all'articolo del Giornale ben quattro lettori su cinque contestano in modo circostanziato quanto affermato nell'articolo. Anche qui, trattandosi del sito di un "quotidiano nazionale" dell'era cartacea, l'incompetente autrice dell'articolo (incompetente in tema di sport, Pilates e fitness, beninteso) non risponde ai commenti, non rettifica, non aggiusta il tiro, non entra in relazione con i suoi lettori.
Insomma, un articolo superficiale e disinformato basato su una NON notizia ("il Pilates non è la panacea"... Grazie, lo sapevamo) che viene trasformata in uno "skup" esagerando il titolo: "Il Pilates non serve a nulla". Neanche articoli e giornalisti come questi.

domenica 22 agosto 2010

Lezioni di giornalismo (18) - La pubblicità è l'anima del giornalismo

Ecco un'analisi sommaria ma utile dei bilanci di "Libero" e del "Giornale" che dimostra come la capacità di influenzare e dirigere gli investimenti pubblicitari in Italia può essere determinante per la vita di una testata in perdita. Sia Libero che Il Giornale sono da anni in passivo. Vengono tenuti in piedi dai soldi dei loro editori, che vi investono a fondo perduto, e dall'aiuto di concessionarie pubblicitarie compiacenti, in una situazione politica di conflitto di interessi che in altri paesi porterebbe uomini politici e imprenditori prima alle dimissioni e in certi casi anche in galera (il fratello di uno degli editori è l'attuale primo ministro italiano; la concessionaria di entrambe le testate è di proprietà di un sottosegretario del governo; l'attuale primo ministro è proprietario di concessionari pubblicitarie che influenzano, direttamente, almeno il 40% del mercato pubblicitario italiano).

Molte altre testate d'informazione, in Italia, sono in situazioni analoghe: fallimentari dal punto di vista finanziario, ma comunque utili dal punto di vista politico. Anche testate vicine al centro e alla sinistra, più in passato che adesso bisogna dire, hanno goduto della mano caritatevole di investimenti pubblicitari compiacenti.

domenica 15 agosto 2010

Lezioni di giornalismo (17) Come gonfiare una cucina

Oggi, stando al servizio passato ieri a Studioaperto su Italia 1, avrebbe dovuto essere il giorno delle prove schiaccianti nei confronti di Gianfranco Fini e le sue malefatte immobiliari a Montecarlo. Il Giornale, quotidiano di proprietà di Paolo Berlusconi, house organ di Mediaset e in pratica quotidiano di partito del PDL, avrebbe infatti dovuto pubblicare i documenti che provavano in modo schiacciante l'uso dell'appartamento da parte di Gianfranco Fini e della sua convivente. Le prove si riducono alla fattura di una cucina Scavolini acquistata a Roma (700 km da Montecarlo) e probabilmente troppo grande per l'appartamento monegasco...

Ci si potrebbe domandare, ma Vittorio Feltri e i giornalisti professionisti iscritti all'albo suoi collaboratori vengono pagati centinaia di migliaia di euro all'anno per questo?

In realtà il meccanismo è il seguente: se la notizia, vera, falsa o verosimile che sia, viene ripresa dalle testate televisive, in ogni caso lascia una traccia nella memoria dell'enorme numero di italiani che si informa esclusivamente attraverso la televisione e attraverso il passaparola nei negozi e in condominio. Purtroppo questi italiani ignoranti e inconsapevoli (nel senso etimologico e letterale dei due termini) oggi rappresentano circa il 60% della popolazione, in una situazione di particolare arretratezza rispetto al resto d'Europa. Non tutti si bevono tutto quello che passa in tv. Ma molti sì.

mercoledì 28 luglio 2010

Lezioni di giornalismo (16) - Confondere i dati, arruffare le metafore

Titolo malandrino e metafore arruffate in questo articolo di Repubblica dove vengono riportati i risultati di un sondaggio che riguarda Nichi Vendola e Pier Luigi Bersani (che, com'è caratteristico della superficialità giornalistica italiana, non viene mai nominato per nome e cognome ma solo per cognome, e non viene mai qualificato come Segretario del Partito Democratico ma più genericamente come leader democratico). A un certo punto il giornalista scrive "Ribaltando l'esito della domanda sulla fiducia, gli elettori di centrosinistra puntano sia sulle primarie che nella sfida con Berlusconi sul governatore. Che supera Bersani di due lunghezze (51% a 49%) in caso di primarie".
Per enfatizzare l'esito della domanda, prima questo viene ribaltato, poi il "vincitore" supera l'avversario di una misura clamorosa: "due lunghezze". Due lunghezze de che? L'espressione viene dalle corse dei cavalli, in cui, quando il cavallo vincitore supera il secondo per l'intera lunghezza del corpo, si dice "una lunghezza". Due lunghezze, nelle corse ippiche sono una dimostrazione di netta superiorità del vincitore.
Ma qui si parla di due punti percentuali di differenza! In un sondaggio, un risultato di 49 a 51 significa sostanziale parità, e in quel caso la differenza di due punti percentuali rientra nel possibile errore statistico, per cui in caso di voto vero, il responso delle urne potrebbe essere qualsiasi risultato fra il 48 e il 52% per l'uno o per l'altro. Infatti è noto che, nei sondaggi, le forze minori vengono sempre sottorappresentate: perché non è possibile avere risultati attendibili a livello di punto percentuale, a meno di non interrogare campioni estremamente ampi.
Ultima osservazione: in un sondaggio in cui Bersani esce quasi sempre meglio (fiducia, elettori, ecc), il titolista cerca la notizia col lanternino: "Centrosinistra, Vendola batte Bersani ma è alta la fiducia nel segretario". Insomma, nessuna notizia, un sondaggio che non rivela nulla di nuovo. E al lettore vengono fornite, invece di interpretazioni, manipolazioni.

lunedì 5 luglio 2010

Lezioni di giornalismo (15) - Professionisti e dilettanti

Guido Scorza analizza qui un caso in cui un'agenzia di stampa e grandi testate nazionali prendono una cantonata, mentre un gruppo di blogger rettificano l'errore*.
Ovviamente tutti possono sbagliare, tanto i quotidiani nazionali quanto i blogger. La differenza è che i secondi sono spesso più abituati a correggere e rettificare. I primi invece spesso fingono di essere infallibili.

* (Nota: gruppo è un nome collettivo: può concordare sia col verbo al singolare, sia con il verbo al plurale; se "suona male" in un modo oppure nell'altro è questione di gusto o di stile personale, ma non è un errore).